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Davide Penna. Salviamo la scuola! Per una didattica dell’(in)successo

Lo scorso gennaio il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera alla riforma dell’esame di stato proposta dal MIUR. Il nuovo esame si svolgerà su due prove scritte e basterà avere la media del sei per essere ammessi (e dunque avere insufficienze anche gravi su alcune materie se ricompensate con voti alti in altre). Quella che potrebbe essere vista come l’ennesima riforma poco significativa, rientra in un percorso che da vent’anni sta caratterizzando la politica sull’istruzione: modellare la scuola alla luce del dogma pedagogico del successo scolastico.

 

Per non essere fraintesi occorre contestualizzare; la politica europea da molto tempo sta tentando di combattere un fenomeno sempre più urgente, quello dell’abbandono scolastico e, al tempo stesso, della non significatività del percorso scolastico. In altri termini nelle scuole di oggi sempre meno ragazzi finiscono il percorso e, tra quelli che arrivano in fondo, ancora meno riescono a usufruire del capitale educativo acquisito in funzione di uno sbocco professionale. Non sto usando causalmente termini economico-finanziari dato che di essi sono pieni verbali, documenti, atti di indirizzo, riforme che riguardano il mondo della scuola; si parla di offerta formativa, debito/credito scolastico, risorse umane. In tutto questo i ragazzi sono sempre più affaticati, percepiscono il mondo della scuola come qualcosa che è lontano dai loro problemi reali e tra famiglie e personale scolastico c’è sempre più distacco. Come mai tutto questo? Come lavorare, in questa situazione, per il bene degli studenti?

 

Penso che il fraintendimento più grande sia quello relativo al riduzionismo economicistico che ha invaso, in questi ultimi vent’anni, la scuola. Dietro ad esso si nasconde l’idea secondo cui la formazione scolastica debba servire a qualcosa, essere a servizio di un percorso spendibile e remunerativo. Per far questo l’insegnamento deve abbandonare i contenuti, o comunque ridurli al minimo, e concentrarsi sull’acquisizione di competenze che prescindano dalle singole materie. Ma, come insegnava Hegel, nulla è più vuoto di un ragionamento senza contenuto e nulla è più incoerente di un contenuto orientato all’utile. Ecco, allora, che la scuola deve diventare il palliativo di una società che sta fallendo nel guidare i più giovani verso orizzonti stabili, ricchi, stimolanti. I ragazzi, almeno a scuola, devono sempre e comunque raggiungere il successo poiché solo questo può assicurare il non abbandono e una buona motivazione per il futuro. Ma così facendo stiamo crescendo generazioni che fanno sempre più fatica a gestire responsabilità, a sostenere prove, ad affrontare il mondo con senso di realtà e, quindi, con conoscenza di se stessi. In poche parole stiamo rubando speranza ai nostri ragazzi che (i dati sono impietosi) si affidano sempre di più a paradisi artificiali per rispondere a quel vuoto in cui si trovano immersi.

 

Aiutiamo la scuola! Abbandoniamo l’idea utilitaristica della formazione; ciò che forma o è gratuito nel senso di fine a se stesso o, semplicemente, non è. Proviamo pure a mobilizzare i contenuti delle singole materie in contesti sfidanti, ma non riduciamo la sfida che ogni percorso educativo racchiude in sé. Stiamo rinunciando all’idea della fatica come strumento per crescere. Tutto deve essere semplice, immediato e costare poco, come Facebook, Whatsapp e Skype. Ma la cultura e la formazione personale non sono un social network, non sono una vetrina in cui mettere in mostra merce. Sono, invece, il bagaglio che ogni individuo si porta dentro per affrontare la sfida della vita. Famiglie, docenti, alleatevi per una didattica che prepari i giovani ad abitare anche  lo spazio dell’insuccesso, del limite, dell’insufficienza che necessariamente ciascuno di noi è. Non preoccupatevi se il vostro ragazzo fa fatica; preoccupatevi, piuttosto, che quella fatica sia piena di senso. Oggi i ragazzi fanno sempre più fatica a chiedersi “perché?” e, così, fanno sempre più fatica a trovare il significato di quello che fanno. Ma se strappiamo dal loro cielo il senso, riempiamo la loro terra di feticci. Se non c’è più fatica, se non si impara ad abitare la propria insufficienza, non ci può essere più meraviglia. Niente è più inutile di una risposta ad una domanda che non viene posta.

 

 

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