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Riflessioni sul film The Silence. L’aridità che feconda.

 

Recentemente nei cinema ha avuto un grande successo l’ultimo capolavoro di Martin Scorsese Silence, tratto dal romanzo storico Silenzio di Shūsaku Endō. Il film, come il romanzo, narra le vicende di un capitolo che non trova molto spazio nei libri di storia né nel dibattito storiografico, ovvero le persecuzioni subite dai cristiani in Giappone durante il periodo Tokugawa che si affermò nella metà del XVII secolo (e si concluse con la restaurazione Meiji nella seconda metà dell’Ottocento). La crudeltà di queste persecuzioni non risiedeva soltanto nelle condanne a morte, nelle terribili torture, nella costante ricerca e sterminio di chiunque si professasse cristiano, ma anche nella brutale violenza psicologica e culturale che si inferiva alla religione dei padri (nome con cui venivano indicati i gesuiti che dal Cinquecento, con l’opera dello spagnolo Francesco Saverio, avevano evangelizzato la regione); costantemente l’Inquisitore giapponese tentava di strappare dall’anima dei gesuiti l’amore per Cristo e la Chiesa, intimando loro che il cristianesimo non era adatto al Giappone, che essi avevano fallito nella loro opera evangelizzatrice e che se non avessero abiurato e calpestato l’immagine di Cristo, non solo sarebbero andati incontro a terribili violenze, ma avrebbero fatto torturare e morire i fedeli giapponesi. Dopo gravi e laceranti dubbi, dopo atroci sofferenze, alcuni padri decidono di abiurare per amore. Decidono di perdere Dio per salvare i fratelli. Allora ecco il tema e la provocazione che molto abilmente Scorsese presenta: fino a che punto la professione di fede (o la libertà di pensiero) è giusta? Se il mio credo, per colpa di un regime crudele, porta alla morte di terzi, quanto ho il diritto di professarlo? Ecco la costante domanda di padre Rodrigues (protagonista del film e del romanzo) che fa da sfondo alla narrazione: come si sarebbe comportato Gesù Cristo se fossero stati condannati a morte i suoi discepoli e non Lui?

 

Ora, altra esperienza peculiare che il film trasmette, da cui deriva anche il titolo, è quello del silenzio di Dio. Di fronte alla morte, alla persecuzione e alla tortura fisica e psicologica, i padri e i fedeli sperimentano l’abbandono di Dio, il vuoto di una presenza consolatrice e rassicurante. Ma questo vuoto non è semplice assenza bensì mancanza di una presenza già sperimentata che assume il volto del primo abbandonato, Gesù Cristo. Il vertice dell’esperienza spirituale, come testimoniano grandi personalità del cristianesimo (da Santa Teresa D’Avila a Chiara Lubich, da San Francesco d’Assisi a padre Massimiliano Kolbe, da Charles de Foucauld a Madre Teresa di Calcutta), è quel silenzio di Dio in cui Egli non parla più con noi, alla nostra anima assetata, al nostro desiderio, ma si comunica attraverso di noi. Il Cristo che precedentemente era stato vissuto come una presenza costante e rassicurante, ad un certo punto, se seguito fino in fondo, si fa silenzio e vuoto per incarnarsi in colui che ama come Lui. Qui il Getsemani non è più solamente un momento, per quanto intenso, della vita di Cristo, ma il luogo stesso in cui poterlo cercare e non trovare di fronte ma in noi. Il Calvario diventa il nostro dove, in cui non solo si sperimenta il dolore fisico, ma la vertigine e il buio macabro del dubbio, della morte spirituale, dell’aridità, dell’assoluta e più radicale solitudine. Non c’è più consolazione nella preghiera, ma solo pianto interiore e violenza intorno a noi. L’abbandono di Dio, il suo silenzio, non è, tuttavia, un vuoto privo di senso ma diventa offerta della sua stessa vita al fedele, al martire (nel senso etimologico di testimone). La kenosi (abbassamento, umiliazione, farsi vuoto) di Dio diventa la nostra vita.

 

Quello che potrebbe essere visto come un messaggio solo per chi crede, in realtà apre un profondo squarcio, una luminosa feritoia da cui comprendere meglio la nostra umanità. Anche chi non crede sperimenta la presenza e il fascino di grandi ideali a cui si ispira e grazie a cui può compiere opere buone e più grandi di sé. Gli uomini di cultura, i poeti e scrittori, i grandi personaggi che hanno segnato la storia nel bene, sono stati guidati da un’ispirazione più grande a cui hanno consacrato la loro vita. Ad un certo punto occorre che questo grande ideale si faccia silenzio; occorre, in altri termini, sperimentare l’aridità che permette di vivere quell’ideale, di essere ispirazione e non più di averla. C’è un silenzio, quello che arriva in fondo alle nostre fatiche, che ci chiede la vita perché ci trasforma da persone che seguono in persone che incarnano, da consolati a consolatori. Se si attraversa questo silenzio, questa inquietudine, questo vuoto che annichilisce, se ci si mantiene comunque fedeli, ecco che noi diventiamo la vita di quel sogno, pur nella sofferenza. Mantenersi fedeli significa, in questo caso, avere il coraggio di abitare la propria insufficienza non rinnegando l’antica promessa, ma attendendo vita nuova. Proprio perché più grande di noi quell’ideale non finisce, non si esaurisce con noi. Ma può abitarci per risplendere fra gli uomini. Così quella nostra aridità diventerà fonte per assetare chi vive al nostro fianco. Così la nostra aridità diventa terra feconda per l’oltre noi. E questa è la forma di amore più grande che l’essere umano possa vivere.

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