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Contro il metodo. La relazione è la prima formazione

Nel 1975 il filosofo austriaco Paul Feyerabend pubblicò un libro dal titolo Against the method. Outline of an anarchistic theory of knowledge in cui, provocatoriamente, metteva in evidenza come nel processo conoscitivo e di scoperta scientifica il metodo avesse un ruolo piuttosto trascurabile. Solo la capacità di non farsi condizionare troppo da rigide norme può portare all’avventura della scoperta.

 

Prendo a prestito il titolo dell’opera perché aiuta a introdurre una riflessione critica, soprattutto verso verità che sembrano non poter essere discusse. Nella società della competizione 4.0 occorre funzionare secondo certe regole pena l’esclusione. Tra di esse una delle fondamentali è la formazione continua. Lavoratori di ogni tipo, si dice, devono essere al passo con tempi in cui tutto cambia molto velocemente; per questo sono essenziali corsi di formazione in cui continuare ad apprendere nuove metodologie, capacità, competenze, preferibilmente senza che i colleghi se ne accorgano... Riferendomi al mondo a cui appartengo, quello della scuola, la formazione continua passa da corsi a pagamento, anche online, che occorre registrare e in cui a un numero di ore corrisponde una quantità crediti che soli, agli occhi del Ministero, attestano la tua crescita.

 

L’idea, che muove da una buona preoccupazione, ovvero quella della capacità dell’insegnante e dell’educatore (ma il discorso vale per ogni tipo di lavoro) di mettersi in discussione e di imparare a usare diversi metodi, si fonda, allo stesso tempo, su alcuni presupposti non molto discussi criticamente: quello della preminenza del metodo sul contenuto (o dello strumento sul significato) e quello del riduzionismo economico che porta a vedere la propria formazione come una somma di crediti, come un conto aperto che solo con investimenti può maturare profitto.

 

 

Sempre di più il mondo della formazione è concentrato sulla trasmissione di metodi e strumenti e alla registrazione creditizia di questi, come se la relazione educativa potesse prescindere dai significati, dal fine, dallo scopo e come se le relazioni fossero tabelle Excel in cui inserire dati e valutare le sommatorie. Questo sviluppo acritico del metodo s’inserisce in una cornice di ipertrofia della funzionalità in cui il processo educativo e in generale quello lavorativo, anche dal punto di vista produttivo, fanno sempre più fatica a trovare il giusto ambiente per svilupparsi pienamente. Se un percorso si misura sulla sua capacità di essere funzionale a qualcosa ma non si tematizza questo qualcosa, diventiamo una grande bici le cui ruote continuano a girare senza sapere dove andare.

 

Tutto questo ha delle conseguenze; lo vedo nel mondo in cui lavoro, dalle testimonianze e confidenze di tanti amici e colleghi. Il luogo di lavoro rischia di diventare sempre di più un agone un po’ comico in cui si compete a chi registra più crediti, a chi partecipa a più corsi, a chi assimila più competenze e metodologie. Spesso questa accumulazione strumentale toglie spazio alla ricerca comune di significati, al confronto fiducioso e gratuito tra colleghi, alla maturazione di relazioni feconde con studenti. L’ipertrofia del metodo rivela la sua matrice perversa proprio nella testimonianza di chi è più fedele al dogma della formazione continua le cui parole d’ordine diventano competizione e diffidenza, se non sfiducia, verso il prossimo che non si adegua.

 

È bene formarsi, continuare a investire nelle proprie capacità; ma la prima grande competenza, soprattutto ma non solo, in ambito educativo è saper favorire relazioni fatte di fiducia, ascolto, comprensione, accoglienza dell’altro. Per fare questo è necessaria una buona dose di gratuità, di capacità di mettersi in discussione e di accettazione del proprio limite. Questo è il terreno buono per la formazione del significato di cui i nostri ragazzi, sempre di più, sentono il bisogno.

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