September 1, 2018

Please reload

Post recenti

Il tempo dell’indignazione

August 16, 2018

1/4
Please reload

Post in evidenza

Il caos calmo dell’orrore

Scrivo queste breve riflessioni a seguito di quanto successo in queste settimane e mesi, dove episodi di terrore hanno ferito l’Europa e il mondo: Londra, San Pietroburgo, Stoccolma, Aleppo e, infine, Parigi. L’orrore sta diventando, ogni giorno di più, cibo quotidiano, compagnia dei nostri pranzi, delle nostre cene, dei nostri salotti televisivi. Sembra di entrare in un occhio del ciclone fatto di caos calmo, per riprendere il titolo del celebre film di Nanni Moretti, di una silenziosa inquietudine che, consapevoli o meno, ci ferisce profondamente. In questo, oggi come mai, i media hanno una responsabilità molto grande che, forse, non siamo ancora preparati a gestire.

 

La prima ferita che questo orrore quotidiano assesta al nostro cuore è quella di essere un potenziale sonnifero della coscienza; immersi in fatti molto più grandi di noi, buttati in tragedie mediate che la nostra coscienza non può rappresentare, una delle privilegiate strategie di difesa non può che essere quella dell’indifferenza figlia prediletta dell’abitudine, dell’orrore non interrogato. E questa ferita è tanto più mortale quanto più un’anima e un cuore non hanno strumenti e mezzi per fronteggiarla. Ci sono intere generazioni che rischiano di nascere in questa atmosfera di gelida abitudine della morte; un cuore abituato all’orrore non ha i mezzi per sentire la verità, perché, come ricordano grandi pensatori della storia (da Platone a Schopenhauer passando per Paolo di Tarso), l’amicizia e il sentire insieme a chi soffre sono elementi essenziali per la realizzazione della persona, hanno un maggiore rigore dialettico.

 

La seconda ferita è quella del sperare non capiti a me; in questo senso ho trovato davvero eloquente il testo di una canzone “Non me ne frega niente” di Levante, il quale, icasticamente, definisce lo stato d’animo di molti non appena ascoltano notizie di attentati alla tv o su internet: “Non me ne frega niente se mentre rimango indifferente il mondo crolla e non mi prende, non me ne frega niente se mentre la gente grida aiuto io prego non capiti a me”. Questo sentimento che chiamerei disperanza che, più o meno consapevolmente, il cuore coltiva dentro sé se non si lascia interrogare da quello che succede, rischia di diventare un anestetico paralizzante che proibisce di affinare una dimensione essenziale del nostro essere umani: sognare grandi ideali.

L’universo dei nostri sogni si sta restringendo, gli orizzonti davanti a noi assomigliano sempre di più al contorno della nostra pelle ma in questo modo la luce che guida gli uomini a fare cose grandi, a cambiare la storia, a non disperare anche in mezzo a prove grandi, rischia di diventare un piccolo lumino destinato a spegnersi e che basta solo per un quotidiano svuotato di quel guardare oltre che è il senso stesso del nostro vivere. Quando l’uomo perde la sua trascendentalità costitutiva (il suo proiettarsi oltre il proprio corpo, la propria vita) spegne la luce che dà senso all’oggi, al momento presente.

 

Dobbiamo ribellarci a tutto questo. Dobbiamo costringere il nostro cuore e la nostra coscienza a saper piangere, e se non ne abbiamo più la forza, a chiedere aiuto. Dobbiamo sforzarci di interrogare il nostro tempo, a vivere domandando, perché solo così la nostra può essere testimonianza vera e profonda. Solo se il mio cuore è abitato dalla richiesta di senso, la mia vita può essere segno di una possibile, seppur sempre rivedibile, risposta. E soprattutto dobbiamo aiutare i più giovani ad abitare lo spazio dell’interrogazione, dell’accettazione dell’inquietudine, la sola che può, in casi limite, essere l’annuncio di una vera speranza, quella che ha rinunciato alla propria felicità senza quella degli altri.

 

 

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Seguici