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La mission dell’educatore

Viviamo in un tempo di vivace dibattito e forte messa in discussione dei compiti e degli obiettivi del docente e dell’educatore; da più parti s’invoca un cambiamento, il mettere da parte vecchi paradigmi, la necessità di elaborare una nuova mission educativa. Si sottolinea, sempre più spesso, il fatto che l’educatore deve essere innanzi tutto un facilitatore, qualcuno che aiuti il discente a imparare ad imparare più che a trasmettere contenuti e conoscenze. L’insegnante 2.0 aiuta l’alunno a sviluppare da sé competenze, ad essere autonomo.

 

 

 

Indubbiamente oggi occorre fare i conti con un contesto in rapida evoluzione e non fermarsi a quelle che, a tutta prima, possono sembrare criticità: è vero che la maggior parte dei ragazzi legge poco e si esprime con difficoltà, ma è altrettanto vero che, abitualmente, riescono ad avere dimestichezza con linguaggi e strumenti che sono pressoché sconosciuti a tanti adulti. Occorre saper cogliere i segni del tempo e i talenti delle nuove generazioni e indirizzarli verso un apprendimento significativo che possa costituire un bagaglio per la vita. Tuttavia mi sembra che la scuola e il dibattito educativo oggi facciano fatica non solo a rispondere ma anche, semplicemente, ad elaborare la domanda che è alla base dell’educazione: come coltivare la nostra umanità? O, in altri termini, come può oggi la scuola e chi educa riuscire a formare uomini e donne? Quali sono le sfide e gli ostacoli a tale formazione nel mondo di oggi? Queste sono domande sempre più difficili e sempre più eluse perché non semplice è il dibattito su cosa contribuisca alla formazione umana, alla cultura. Se abbiamo smarrito un vocabolario comune in questo senso, è allo stesso tempo evidente che non possiamo mettere da parte il tentativo, faticoso e sempre in divenire, di costituirlo perché questo è l’humus dell’attività educativa: chi è l’uomo? Cosa è chiamato a fare per realizzarsi? Come riuscire a favorire tale compimento?

 

Le difficoltà di molti giovani derivano dal disagio degli adulti nel fare i conti con l’insuccesso, la fatica, il problema. Allora tra i compiti fondamentali di ogni educatore nel delineare possibili risposte a questi interrogativi così centrali, vi è quello di testimoniare, con la sua presenza, le sue parole, il suo lavoro, la bellezza dell’umanità che non si trova, prima di tutto, nella perfezione di una macchina, nella ripetizione di formule, nel fare bene delle cose. L’umanità in noi si mostra, prima di tutto, come mancanza accolta, come limite accettato, come consapevolezza del non-tutto. Tutte le nostri grandi conquiste, tutti i nostri atti eroici, tutta la bellezza che abbiamo ereditato, fiorisce quando qualcuno ha compreso la sua chiamata, la sua strada, il suo cammino e, quindi, ha saputo dire di no all’esser tutto, all’esser privo di limiti e mancanze; in altre parole, il fiore dell’umanità sboccia quando il seme di una chiamata germoglia nel sé sotterrato nella terra del  posso tutto. L’insegnante e l’educatore deve, così, testimoniare di essere un limite benedetto, accettato, trasfigurato. La vita di chi è educa indica, se vuole davvero formare e non de-formare, fragilità accolta in profondità che è germogliata in fecondità per altri.

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