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Includere o integrare?

            Le persone di oggi hanno il viaggio nel loro dna. Chi viaggia per lavorare, perché facente parte di una multinazionale o perché la sua professione lo porta a spostarsi spesso; chi viaggia perché un lavoro nel suo paese non lo trova; chi viaggia perché costretto dalla politica o dalla situazione di guerra che vive nella sua terra. Il mondo multiculturale e globalizzato è sempre più un fattore caratterizzante della nostra contemporaneità. Chi viaggia porta con sé il suo bagaglio culturale, le sue tradizioni, le sue radici; per questo si parla con sempre maggior insistenza di inclusione e integrazione, utilizzando queste due parole come sinonimi. Eppure, esse non lo sono affatto. Sebbene entrambi parlino di gruppi di persone con differenze sostanziali le une dalle altre, e delle relazioni che potrebbero intercorrere, gli strumenti e gli obbiettivi raggiungibili con l’integrazione sono molto inferiori rispetto a ciò che è l’inclusione vera e propria.

 

            Integrare una persona all’interno di un gruppo significa permettere che quest’ultima possa compiere le stesse azioni compiute dalla comunità in cui entra. Includere, invece, significa creare un ambiente cooperativo per il quale la persona e il gruppo pre-esistente possano collaborare giungendo insieme ad un unico obbiettivo senza per questo perdere la propria identità. Proviamo a spiegarci meglio esemplificando la differenza nel contesto scolastico. Scegliamo la scuola poiché legislativamente (anche se spesso, solo a parole) è stato intrapreso un percorso definito “dall’integrazione all’inclusione scolastica”. Integrare uno studente “diverso” per una disabilità, o per un bisogno educativo speciale quale la provenienza da uno stato differente, significa fornire lui gli strumenti necessari perché possa compiere l’iter formativo. Questa logica ha portato, ad esempio, alle classi speciali prima, e all’integrazione in classe dopo. L’unico risultato di questo primo approccio alla diversità fu quello di avere nelle classi degli apolidi: studenti che gravitavano nel luogo classe senza per questo sentirsi parte del gruppo sociale classe. Come i compagni andavano a scuola, seguivano all’incirca lo stesso orario, e svolgevano compiti simili ma proporzionati alle proprie capacità (si considerino i casi di programmazioni differenziali). 

 

            Era evidente che questo modello non funzionava; la persona non aveva alcun vantaggio ad essere integrata in una classe in questo modo, anzi, veniva rimarcata la sua diversità. Si giunse così a sviluppare il concetto d’inclusione, il cui obbiettivo principale è sì la conclusione dell’iter formativo, ma correlato ad un “successo sociale”: il ragazzo non è più qualcosa di “altro” rispetto alla classe, bensì un membro a tutti gli effetti della stessa. Cos’è che fa la differenza? Cosa permette di essere o meno un gruppo sociale coeso? Il tratto significativo è la comunicazione, con particolare attenzione alla comunicazione sociale. Se io non posso comunicare con chi ho di fronte, non potrò mai far parte del suo gruppo sociale. Porteremo entrambi a termine i nostri compiti, ma non potremo mai farlo lavorando insieme. Stando alla teoria di Jakobson, quello che fa la differenza è il codice, non il messaggio. Il codice è l’insieme dei segni che, connessi tra loro, danno luogo ad un significante che rimanda ad un significato: detta brevemente è un linguaggio. Badate bene che un linguaggio non è una lingua. Potremmo dire che un linguaggio è una variabile applicativa di una lingua. Ciò significa, per esempio, che ad uno straniero non basterà conoscere l’italiano per padroneggiare il linguaggio dei suoi colleghi di lavoro; infatti, i nostri linguaggi sono permeati di neologismi nati da esperienze comuni, parole con significati diversi da quelli canonici, parole dialettali, parole in slang, soprannomi e via dicendo. Il linguaggio è l’espressione dell’identità culturale di un gruppo. 

 

            Come possiamo includere una persona dunque? Non basterà certo insegnarle la lingua ed educarla alla cultura, poiché il linguaggio nasce dall’esperienza prima che dall’educazione. Inoltre, mentre l’integrazione è un appiattimento volto ad uniformare gli standard eliminando le differenze, l’inclusione deve preservare la variabile individuale alla luce di un progetto di valorizzazione della diversità. Per includere, dunque, è importante riuscire a costruire un ponte tra due mondi (che possono essere anche lontanissimi tra loro), questo ponte deve essere incarnato da un codice che risulti familiare ad entrambi i gruppi interessati, in modo tale che possa essere un terreno di scambio comune. Su questo nuovo campo da gioco, in cui si incontrano le diversità, è possibile scambiarsi reciprocamente esperienze e collaborare fianco a fianco per costruire insieme il futuro della comunità. 

 

            È evidente che il problema sia la soluzione stessa, poiché creare un ponte da zero è pressoché impossibile. Serve un punto medio. Nella scuola, questo intermediario può (e deve) essere il docente di sostegno, il quale è un docente, per cui è esperto di didattica e conosce gli strumenti del gruppo classe (in generale) e inoltre è una persona che conosce le caratteristiche dello studente che viene lui affidato, per cui è capace di trovare il raccordo di sintesi tra i due mondi che mette a contatto. Per quello che riguarda la società, invece, tale figura di raccordo è il mediatore culturale che, di solito, appartiene a una delle due culture, e ha saputo imparare il necessario della cultura con cui deve programmare l’attività di inclusione, diventando “bi-culturale” non solo bi-lingue. Se è vero che queste figure esistono, che la legge le prevede e le valorizza, è altrettanto vero che sono spesso bistrattate o sottovalutate nella pratica dei fatti. Non sempre, infatti, le persone deputate a svolgere questi mestieri sono adeguatamente preparate; il posto vacante è riempito da qualche precario a cui serve un lavoro (chi scrive per primo); le ore in cui gli studenti o i gruppi culturali sono appoggiati dalle figure mediatrici sono sempre meno di quelle previste per legge e, poiché è lo Stato stesso che assume il ruolo del datore di lavoro, forse qualcosa non funziona. 

 

            Ognuno di noi, comunque, può fare la sua parte nel creare una società comunitaria, a patto che smetta di accontentarsi dell’integrazione (che guarda al vicino appena arrivato con ribrezzo, limitandosi alla lamentela) e si impegni seriamente nel fronte dell’inclusione che non chiede altro che comprendere e accogliere ciò che è diverso da noi, lasciandosi comprendere e accogliere a sua volta, senza per questo perdere se stesso e la sua identità.

 

 

 

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