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Un grazie che si deve incarnare

Ci sono cose che possono essere viste solo da occhi che hanno pianto (proverbio africano)

 

La visita di papa Francesco è stata un grande evento di luce e Grazia per Genova; le sue parole, i suoi gesti, i suoi sorrisi, il suo confermare nella fede la città non verranno dimenticati. Ora abbiamo il dovere di far entrare dentro di noi e di curare il seme che il papa ci ha lasciato. Ha parlato di dignità del lavoro, della necessità della fraternità, di andare incontro a chi più soffre, di fare nostre le ferite del mondo, l’urgenza di uomini e donne che sappiano amare, toccare i poveri (e non, semplicemente, fare elemosina che, tutto sommato, costa poco e ci lava ipocritamente la coscienza), andare in missione. Quello che tocca maggiormente il cuore delle parole e dei gesti del Santo Padre è il fatto che sa dare voce a chi, normalmente, non ce l’ha; mi riferisco in particolare all’incontro fatto all’Ilva, alle sue parole sul lavoro, su come spesso si trasformi da possibilità di riscatto sociale a vero e proprio sfruttamento e ricatto.

 

Da giovane presente alla Guardia le parole che, tuttavia, mi hanno colpito di più sono state: sfida, orizzonte e coraggio. Ecco il vocabolario che la nostra generazione, quella di fine anni ottanta e anni novanta, deve fare suo. La consapevolezza che la fede è una sfida che spinge ad andare fuori e non un divano comodo da cui giudicare gli altri; l’urgenza di una missione che abbia orizzonti grandi e distanti, da non ridursi al proprio interesse, perché la felicità è sempre un fatto di comunione, che non riguarda mai solo noi stessi; la necessità di chiedere il coraggio di non guardare la vita come dei turisti che si perdono nel fotografare il reale senza viverlo e gustarlo, ma di accettarne le difficoltà ogni giorno dando il meglio di sé.

 

Se c’è un orizzonte comune capace di raccogliere la sfida, l’orizzonte e il coraggio, se c’è una questione che siamo chiamati ad affrontare, se c’è un segno del tempo che dobbiamo scorgere e guardare in faccia, è quello della lotta contro l’indifferenza, contro quella incapacità di fare proprie le ferite di chi sta peggio. Ci sono milioni di persone che nell'indifferenza del mondo, in questo momento stanno subendo gravi ingiustizie; e l'ingiustizia più grande è che non hanno voce. Mi ha colpito molto, in questo senso, la lettera di un amico, padre Stefano, carmelitano missionario da quasi trent’anni in Centrafrica. In un passo mi racconta: “oltre metà del paese è controllato da gruppi ribelli, armati con armi ultramoderne, che se ne spartiscono le risorse (e così si arricchiscono) e schiacciano la povera gente. L’ultima vergogna e grande sofferenza è stata tre settimane fa: la cittadina di Niem, a soli 70 chilometri da dove vi scrivo, è stata attaccata e presa di notte da un gruppo armato musulmano. La popolazione, oltre diecimila persone, uomini, donne e bambini, sono dovuti fuggire nella foresta, in piena stagione delle piogge, senza nulla portare con loro. Ci sono state decine di persone uccise, altre sono morte di stremi. Lo stato non è intervenuto. Le forze dell’ONU, sono presenti, fanno molto, ma non sono autorizzati all’uso della forza per sloggiare questi gruppi armati, pur avendone i mezzi. C’è una grande corruzione tra chi ha potere e ci sono molti interessi in gioco. E la povera gente soffre!”.

 

Pensando a queste povere persone di Niem mi dicevo che non possiamo ascoltare e non fare nulla, anche se possiamo forse fare poco; mi sono ripetuto se esiste un sacrosanto diritto delle persone di scappare, ne esiste uno altrettanto forte di non permettere che a casa loro ci siano queste situazioni. Ecco allora il segno più grande che ci lascia papa Francesco: non arrendersi alle narrazioni comuni, non anestetizzare il cuore, andare oltre il giudizio, immergersi nel reale e viverlo a pieno. In una parola: fare propri i sentimenti degli altri, le gioie e i dolori di chi sta peggio. Il nostro grazie al papa sarà tanto grande quanto più daremo forma concreta a questa parole, quanto più ci sforzeremo con ogni nostra fibra del cuore e della mente a non arrenderci al fatto che nel mondo, così come sotto casa nostra, ci siano persone a cui è stata rubata la dignità, perseguitate non solo fisicamente ma anche spiritualmente dall’ideologia del merito; persone che, proprio in questo momento, mentre leggiamo uno schermo o sorseggiamo un caffè stanno scappando dall’invasione di un gruppo armato e che non si possono neanche lontanamente permettere un viaggio della speranza. Tutta la nostra lotta per questi dimenticati dal mondo deve cominciare dal saper piangere con e per loro; sì, perché come dice il proverbio africano, questo saper piangere regala occhi nuovi e mente nuova. Il pianto con l’altro dona sapienza. E la sapienza, come insegnano i grandi saggi della storia, è un vedere il mondo con gli occhi di Dio e, quindi, incominciarne la trasformazione e la redenzione.

 

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