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Pensare la Trinità. Non c’è Dio senza l’Altro.

La Trinità, di cui oggi per i cristiani ricorre la celebrazione liturgica, è indubbiamente uno dei misteri più affascinanti, sicuramente fondamentale e peculiare ma, allo stesso tempo, più trascurati della religione cristiana. Spesso, infatti, ci è stato detto che la dimensione trinitaria rappresenta ciò che più di oscuro e oltre la ragione ci sia all’interno del cristianesimo, la dimostrazione che Dio non può essere compreso dall’intelletto umano. In questo senso è significativo il fatto che la verità più fraintesa nei primi secoli della religione cristiana fosse proprio quella trinitaria: le prime eresie riguardavano sostanzialmente la comprensione di questo Dio rivelato da Cristo che è, allo stesso tempo, tre persone (Padre/Figlio/Spirito Santo) e una, identica, sostanza o natura. Le resistenze, derivate soprattutto dal mondo greco, si concentravano su un aspetto: come può essere conciliabile l’unità di una natura (Dio) con la diversità delle persone?

 

 

Mi sia concessa una parentesi storico-filosofica: non è un caso che forse il più grande filosofo greco (o comunque tra i più grandi insieme a Platone e Socrate) ovvero Aristotele affermasse che tra le categorie, ovvero le leggi con cui il pensiero comprende la realtà e con cui, allo stesso tempo, la realtà “si lascia pensare”, per così dire, dal pensiero, quella fondamentale fosse la sostanza (ousìa) che esprime l’identità di una natura con se stessa; e che, inoltre, la più lontana, la più diversa da quella di sostanza, fosse quella di relazione (pròs tì, da cui deriva la parola prossimo in italiano). Per la mentalità greca la relazione dice, in quanto tale, diversità la quale, a sua volta, è quanto di più lontano dall’unità. Essere uno, per il greco, richiede una realtà chiusa in se stessa, non-diversa. Il mistero trinitario si inserisce proprio qui: l’unità fondamentale del reale, ovvero Dio, è proclamato come diversità in sé! I Greci non potevano accettarlo… come può Dio essere uno e trino? Da qui, appunto, le prime eresie che, a seconda del caso, proclamavano il Figlio non della stessa natura del Padre (arianesimo) oppure Cristo come non realmente umano e quindi stessa persona del Padre (docetismo).

 

Ciò che, invece, Cristo ha rilevato con la sua vita (che, come abbiamo sottolineato nel post sulla Pentecoste, coincide profondamente con la sua morte) è non solo che Egli sia vero Dio e vero uomo, ma che Dio, nella sua perfetta unità, è pluralità di persone. Si badi bene: l’unità non è in Dio qualcosa che si sommi, artificialmente, alla pluralità; bensì, Dio è unità in quanto diversità di persone. L’unità è, allora, in quanto tale pluralità. Non ci può essere unità se non nella diversità di persone. Per dirla con i filosofi, la relazione è sostanza e la sostanza, in quanto tale, è relazione. L’ousìa è pròs tì. Come può essere?

 

I grandi santi, mistici e filosofi della Chiesa hanno riflettuto a lungo su questo, basti pensare ad Agostino, Bernardo, Tommaso d’Aquino. E ci hanno tutti trasmesso una verità fondamentale: Dio è unità nella diversità in quanto amore. Il ritmo di Dio, la sua vita, è donazione continua del Padre al Figlio e del Figlio al Padre da cui scaturisce lo Spirito Santo. Solo l’amore può rendere conto di una unità nella differenza, quella che si nutre del donarsi reciproco, totale, svuotante. Solo se mi dono completamente all’altro e l’altro si dona completamente a me si sperimenta l’amore, quello che Dio da sempre è. E solo l’amore è quell’unità, quel farsi uno, che nasce dall’incontro di più volti, di più persone (termine che nasce proprio nella teologia trinitaria). Dio è un Noi che vive del dono tra i diversi Tu. Dio è l’Io che esce fuori di sé per essere nell’Altro.

 

Ecco allora che la festa della Trinità ci dice qualcosa di molto vicino a quello che viviamo tutti i giorni e, quindi, scopriamo che in realtà il suo mistero è inscritto nelle nostre fibre più interne; essa ci rivela che cos’è l’amore e che cosa, profondamente cerchiamo, perché ci rivela da dove veniamo. La nostra esistenza è il frutto di un Tu che si svuota completamente per farci essere e la cui natura profonda è proprio questo svuotamento. Ecco cos’è l’amore: non solo annullarsi per l’altro ma anche accettare di riceversi dall’altro per cui ci siamo completamente svuotati. L’amore, per sua natura, è plurale, non è mai un movimento autoreferenziale; attende e si nutre della risposta dell’altro. E quando questa non avviene, la vive come ferita profonda, come attesa, illuminata da quella “sete” abissale che Cristo ha vissuto in croce, punto massimo in cui il Figlio ha vissuto quello che è il Padre: svuotamento completo senza risposta dall’Altro.

 

La vita di ognuno di noi è un’affannata ricerca dell’altro, di riconoscimento, di essere attraverso un sì profondo che viene da un A/altro cuore. Tutte le nostre ferite, i nostri fallimenti, i nostri traumi, le nostre paure, non sono che eco di quella fondamentale: non trovare un altro che ci dica di sì, che benedica la nostra esistenza e il giorno in cui siamo nati. Viviamo veramente proporzionalmente a quanto sperimentiamo questa benedizione. E il mistero (che biblicamente non significa qualcosa di oscuro ma realtà che si rivela, che si apre) trinitario non solo ci dice che la nostra esistenza è il frutto di un sì eterno ma ci provoca anche ad incarnare questa benedizione per la vita degli altri. La festa della Trinità è allora qualcosa di profondamente umano prima che cristiano. L’augurio più grande che, in quanto uomini, possiamo farci, è di essere testimoni viventi della natura profonda della Trinità: un amore che si svuota per essere nel prossimo.

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