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E se la vita fosse la risposta alla domanda: esiste la gratuità?

Il prossimo mercoledì 21 giugno a Genova ci sarà un evento culturale di prim’ordine; Arena Petri, il Movimento dei Focolari e l’Associazione Amici di Sophia hanno organizzato la presentazione dell’opera “La sventura di un uomo giusto” che è il commento di uno tra i maggiori economisti a livello internazionale, Luigino Bruni, al libro biblico di Giobbe. L’appuntamento sarà alle ore 17.15 alla sala Quadrivium di Piazza Santa Marta.

 

Numerosi sono i motivi che ci fanno dire che si tratta di un evento culturale davvero eccezionale per la nostra città. Innanzi tutto la rilevanza dell’ospite, Luigino Bruni, coordinatore del progetto Economia di Comunione, docente di Economia Civile (a proposito, chi conosce questa materia? Forse sarete più abituati a sentir parlare di Economia politica…) alla LUMSA di Roma e all’Istituto Universitario Sophia, un centro culturale all’avanguardia per le ricerche in ambito economico, politico sul tema della fraternità, del dialogo interreligioso, della riflessione trinitaria tra teologia e filosofia (dove si parla di ontologia trinitaria). Inoltre è quantomeno curioso il fatto che un economista di tale portata abbia commentato uno tra i libri più eccentrici della nostra cultura: quello di Giobbe. Perché dico questo? Perché Giobbe incarna il canto di coloro che lottano contro le ideologie di ogni tempo la cui radice ultima è sempre quella di celebrare le buone virtù di colui che ha buona sorte. Giobbe è un vero e proprio scandalo e inciampo nel cuore di chi crede che alla sventura non si possa accompagnare la rettitudine, la quale è una narrazione che ci abita molto più profondamente di quello che crediamo. Chi, davanti ad una tragedia, non ha mai pensato “se l’è andata cercare”? Questo accade perché la nostra esigenza di senso di fronte al tragico è talmente forte da preferire la risposta, spesso non autentica, della colpevolezza della vittima piuttosto che accettare di convivere con l’incertezza di fronte alla domanda “come è potuto accadere?”.

 

Ma il libro di Giobbe è fondamentale per la nostra cultura e per capire meglio chi siamo, anche per numerosi altri motivi. Nell’esergo all’opera Bruni scrive che Giobbe è il canto del tempo delle rovine. Possiamo “sentire”, conoscere nel vero senso della parola, il libro di Giobbe se abbiamo convissuto col tempo delle rovine. Un proverbio africano dice: ci sono cose che possono essere viste solo da occhi che hanno pianto. Ecco il libro di Giobbe può essere conosciuto da chi ha abitato il tempo delle rovine, dei crolli, delle sofferenze inconsolabili. Altrimenti rischia di essere parola muta. Hai mai vissuto quel dolore da cui non c’è consolazione, in cui ogni parola detta per  “tirar su” è in realtà un baratro in cui sprofondare ancora più giù? Hai mai vissuto quell’angoscia che fa restare mute anche le lacrime? Ecco, allora il libro di Giobbe fa per te. Ma si badi: il libro non é importante perché evoca una spiritualità legata alla sofferenza, all’accento sul dolore come fine in se stesso. No, sarebbe banale. Il libro di Giobbe è fondamentale perché chiama voce di Dio l’urlo dei disperati esclusi da tutti. Con questo libro nessuno, nemmeno i più ignorati dalla storia, può dirsi escluso dallo sguardo, dalla bocca, dal canto (disperato) di Dio. E inoltre perché, come ci dice il proverbio africano, il dolore fa vedere più cose. E questa è un’esperienza che tutti noi abbiamo fatto. Nel dolore, soprattutto quello inconsolabile, il nostro cuore si fa più grande, fa più spazio al mondo intorno a sé, alla realtà. Potremmo quasi dire, se non rischiassimo di cadere nell’idolatria del dolore, che esso può essere la luce della verità. La luce che illumina la verità e la fa vedere. Questo significa che bisogna soffrire per conoscere la verità? No. Ma che occorre avere un cuore e una mente che fanno spazio all’altro per vedere la verità, sì. E, forse solo l’amore quanto il dolore, riescono ad aprirci all’altro, a farci sensibili alla sua voce, a porci nell’atteggiamento di apertura e ascolto dell’altro.

 

Giobbe ci è presentato, nel primo versetto del libro, con quattro caratteristiche: come uomo integro e retto, che temeva Dio ed era alieno/estraneo al male. Ma non solo; c’è un altro dettaglio molto importante su cui Bruni già nel primo capitolo pone l’attenzione. Giobbe è presentato come un Adam, un uomo, di un paese straniero, non di Israele. Il protagonista non è legato al popolo eletto. E’ semplicemente un uomo e, dato ancora più strano, è chiamato dall’autore sacro come il più grande di tutti gli uomini di oriente, nonostante non fosse israelita. Altra immagine molto evocativa è quella subito seguente alla presentazione di Giobbe, quando si presentano alla reggia di Dio tutti suoi figli, in particolare uno chiamato Satàn, Satana. E’ interessante perché Dio si rivolge a lui “vantandosi” della rettitudine di Giobbe e Satana, invece, insinua il dubbio in Dio: “forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!”.

 

 

Ecco, allora, il ruolo di Satana e dunque del nemico del bene nella narrazione biblica: insinuare il dubbio che l’altro non ti ami davvero, che la stima e l’adorazione dell’altro siano condizionati, che non ci sia gratuità nel mondo… il male odia la gratuità e la vuole cancellare dal mondo! Sembra un rovesciamento del Genesi, dove il serpente insinuava il dubbio sull’amore di Dio nell’uomo, qui sull’amore dell’uomo in Dio. Ed ecco, anche, il senso della scommessa tra Dio e Satana, potremmo dire tra Bene e Male o tra uno sguardo di bene o uno sguardo di male sul mondo: esiste gratuità o nessuno fa nulla per nulla?  Il libro di Giobbe ci invita a renderci consapevoli che la nostra vita, le nostre scelte profonde, il nostro sguardo e il nostro comportamento verso gli altri spesso si basano su una risposta, anche inconsapevole, a questa domanda: l’altro (il prossimo, il mondo, quel senso di alterità che possiamo definire Dio) è gratuito oppure tutto ha un prezzo? Esiste qualcuno che, nel farmi del bene, non voglia in cambio qualcosa?

 

Chi avverte, dentro di sé, il profondo interesse per questa domanda, chi si sente vibrare di fronte alla richiesta di senso nel dolore, ma anche di gratuità nel mondo, si troverà a suo agio nella lettura del libro di Bruni e nella sua presentazione il prossimo mercoledì.

 

 

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