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Insegnare ovvero dello stupore come spazio dell’educazione

 

«Insegnaci a comprendere che additare le gemme che spuntano sugli alberi, vale molto di più che piangere le foglie che cadano» (Don Tonino Bello).

 

A chi dovesse guarire da uno stato momentaneo di depressione non patologica, non suggerirei di passare, nemmeno per caso, da un’aula docenti. Sì, perché, non me ne vogliano gli eroici colleghi, questo è uno dei luoghi in cui fatica, stanchezza e mancanza di riconoscimento (non nel senso di retribuzione non in linea col lavoro o mancanza di adeguamento di contratto ma in quello, più profondo, di una totale assenza di ascolto da parte di chi decide quello che devi fare e, spesso, come lo devi fare) si uniscono in un mix esplosivo che fuoriesce dalle menti, dal cuore, dalle bocche e dalle facce dei docenti. E motivi ce ne sono tanti; la scuola è il luogo dove le contraddizioni e ciò che non è risolto nella comunità civile si concentra, è il posto in cui si tenta di tenere insieme una educazione improntata alla cultura personale, alla crescita a tutto tondo della persona ma, al tempo stesso, si cerca di trasmettere tante competenze riunite in obbiettivi didattici, schemi e analisi swot, all’insegna di una didattica della funzionalità e del successo, come se l’orizzonte dell’umanità coincidesse con quello della managerialità. Come se si potesse educare e, allo stesso tempo, ottimizzare tutto, nel senso di ottenere il massimo con il minimo sforzo: risorse, luoghi, spazi, tempi e, ahimé, anche relazioni.

 

La scuola è, inoltre, il luogo dove si prova ad affermare un principio pedagogico fondamentale, la personalizzazione (intesa in senso trinitario di sintesi tra la propria identità e quel grande altro che è il reale) dei percorsi didattici, dato che la crescita richiede tempi e spazi da affinare in cui l’educatore è chiamato a vedere, come un profeta, quando occorre pretendere e tirare fuori e quando attendere sulla soglia dell’insuccesso, della svogliatezza, della paura di mettersi in gioco; ma, allo stesso tempo, la scuola che va per la maggiore è la start-up in cui i ragazzi vengono spremuti, non tanto nei tempi quanto nelle proposte e nei metodi, da obiettivi da raggiungere, da corsi di formazione di un mondo che non gli riguarda, il lavoro, (che assomiglia sempre più ad una chimera… un sogno lontano che fa paura nella sua aura di irraggiungibilità) da stage in aziende di cui non si coglie alcun nesso col percorso di accrescimento di sé che la scuola è ancora e che non rispettano, per loro natura, i tempi di crescita e maturazione. Sì perché, occorre dirlo chiaro, l’efficienza nel senso di funzionalità secondo cui ad un dato tempo deve corrispondere un dato successo, profitto o risultato, non coincide con la crescita della persona. In queste contraddizioni, poi, gli insegnanti riscontrano una diffusa povertà linguistica e culturale, grandi fragilità nelle famiglie e, di conseguenza, nei ragazzi, che potrebbe essere anche terreno fertile per l’educazione, ma spesso lo diventa di più per gli azzeccagarbugli pronti a vedere il profitto nell’incapacità di resistere alle difficoltà per rifugiarsi in un ricorso che può annullare decisioni ma anche impedire di crescere e assumersi responsabilità, e soprattutto rende sempre più dirigenti scolastici e docenti dei burocrati attenti alla forma e con pochissimo tempo per la sostanza.

 

Che fare allora? Ovviamente, come in tutte le situazioni complesse, le soluzioni possono essere molte e diverse. Personalmente trovo fecondo invitare i tanti ed eroici colleghi e chiunque abbia a cuore l’educazione, ad una riflessione: molto della missione dell’insegnante ha a che fare con lo stupore. Di che parlo? Mi riferisco al fatto che davanti all’insuccesso, all’aridità, all’ostacolo, la strada del lamento, specie quello senza memoria (di cosa si viveva da adolescenti, di cosa ci ha aiutati a crescere, di quali figure ho avuto bisogno per superare delle difficoltà) non porta da nessuna parte. C’è uno sguardo da fare nostro: quello dello stupore davanti al mistero che l’alunno, come ogni altro, è. Da qui fiorisce ogni vera azione educativa che, invece, si inaridisce se muove dalla volontà di affermazione dell’educatore. Lo stupore mio è lo spazio dell’altro, è l’aria che permette di respirare e diventare se stessi. Solo chi sa assumere lo sguardo della gratuità, sa non fermarsi a ciò che si pretende dall’altro, alla sua immagine, per incontrarlo davvero. E l’incontro genera sempre stupore poiché il tu è sempre misterioso. L’altro è un vero mistero nel senso biblico di un reale che si rivela, che incrocia la mia strada suscitando in me meraviglia, ferita, thaumazein (come definiva ciò da cui nasce la filosofia Aristotele, spesso tradotto, per alcuni indebitamente, meraviglia). La nostra didattica cambia completamente se nasce da un incontro spiazzante, al di là di qualsiasi progettazione e rubrica da stilare. Da qui, dallo stupore come spazio didattico, rifiorisce quella capacità di sperare il già-non-ancora che guida ogni grande impresa umana. Chi, vivendo l’autunno, sa scoprire nelle gemme gementi i fiori che arriveranno in primavera non è un illuso, è qualcuno che vede quello che non c’è in quello che già c’è. È un profeta. È un vero insegnante.

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