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La gratuità che educa alla responsabilità

È davvero sorprendente l’emergenza educativa che si vive all’interno della scuola; ogni giorno si sta a contatto con situazioni umane, sociali ed economiche nient’affatto semplici. Ad essere sempre più spezzata, in particolare, è la famiglia, la quale sembra sempre più incapace di essere un punto fermo, di funzionare da riferimento stabile per gli adolescenti. Tutto questo si riflette in numerosissimi casi di fragilità emotiva. Gli studenti fanno sempre più fatica a gestire le prove e gli insuccessi, la sola possibilità di mettersi in gioco, spesso, provoca crisi dalle quali sembra più facile scappare che assumerle come possibilità di crescita.

 

Tale contesto rappresenta la vera sfida per ogni persona che decida di fare dell’educazione e dell’insegnamento la sua professione; oggi la vera emergenza, all’interno della scuola, è emotiva. L’insegnante è chiamato, prima di tutto, ad essere un riferimento stabile, una guida benevola, severa quando serve, ma che non può non assumere come obiettivo primario il bene e la crescita dell’alunno. Anche e forse soprattutto nella scuola secondaria, perché è proprio l’età dell’adolescenza o della immediata post-adolescenza quella che oggi sembra sempre più risentire di riferimenti stabili. È scontato dire questo? No, perché la scuola e i giovani che la vivono sono cambiati in modo repentino negli ultimi 5-10 anni. Basta parlarne con chi  ci lavora tutti i giorni.

 

Chiunque voglia fare l’insegnante, dunque, è chiamato, raramente come oggi, ad una scelta radicale che tocca il fondamento stessa della propria professione: o si lavora avendo come primario orizzonte quello del soddisfacimento di una certa immagine di sé o si sceglie di avere come precipuo obiettivo quello della crescita dello studente. Lo so, sembra un falso dilemma. In realtà, nell’attività didattica quotidiana, è sempre più evidente la decisività di questa scelta. Non dico che le due dimensioni si escludano a vicenda; è chiaro che vedere i frutti della propria attività, toccare con mano la misteriosa e sempre affascinante avventura della crescita umana e culturale di una persona, possa recare soddisfazione. E molta. Non si tratta di non gustare con gioia la fecondità della propria attività, altrimenti il lavoro diventerebbe una forma di alienazione davvero grave. Si tratta di attingere, ogni giorno, alle radici della propria vocazione. In queste  profondità si gioca l’autenticità di quello che si è. E qui il dilemma si propone eccome. Spesso, se ho scelto come primo obiettivo la mia soddisfazione, la crescita dell’alunno diventa un orizzonte sempre più ideale e sempre meno reale. E, a sua volta, questo comporta una certa dose di frustrazione perché la realtà, fatta di alunni con sempre maggiori difficoltà, è quel grande altro che mai si lascia ridurre alle nostre proiezioni. Se invece ho il coraggio, ogni giorno, di ripartire dalla centralità della crescita dello studente, ecco che, nonostante la fatica e l’incertezza sulla propria capacità, si sperimenta la fecondità.

 

La fecondità porta con sé un dono grande: sviluppa in noi quelle che gli economisti chiamano le motivazioni intrinseche. Diciamolo in altri termini: sperimentare che la propria attività genera vita, dona la capacità di essere gratuiti, di non misurare ossessivamente ogni cosa che si fa, sia in termini di retribuzione sia in quelli di soddisfazione personale. La gratuità libera dalla ricerca affannosa del successo, del risultato, dell’esteriorità, del confronto. Attenzione: non sto dicendo che l’insegnante debba lavorare senza compenso. Anzi. La compressione, evidente, dei salari che si sta attuando in Europa negli ultimi 20 anni è un problema urgente. Il discorso, di nuovo, è su un altro piano rispetto alla (giusta) rivendicazione sindacale; è il piano profondo della motivazione o, ancora più precisamente, della vocazione.

 

La gratuità, inoltre, intesa come capacità di assumere come primo obiettivo la crescita dello studente e di esimersi dall’ansia della misurazione (ché può essere anche utile come strumento di controllo, ma non può diventare lo scopo dell’insegnamento) è la migliore cura alla fragilità emotiva di cui parlavamo all’inizio e, in generale, all’emergenza educativa. Niente, più della gratuità, è capace di essere un riferimento stabile, di trovare quel sottile punto di equilibrio tra indicare orizzonti sempre nuovi e alti e, allo stesso tempo, accordarsi con le difficoltà di chi percepisce tali orizzonti come estranei o molto lontani. L’incontro con la gratuità, infine, ti rende cosciente delle tue aspirazioni e dei tuoi limiti, invita a scendere nei meandri di quel profondo e misterioso sé che ti abita. La gratuità è lo spazio per conoscere se stessi. E conoscersi, lavoro mai finito e completo, il cui approfondimento significa maturare, è il modo migliore per diventare responsabili, ovvero persone in grado di rispondere di quello che fanno. Tutti noi sappiamo quanto a livello sociale e civile, prima che politico, abbiamo bisogno di questa capacità.

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