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Insegniamo a sentirsi liberi nella contraddizione

La società dello spettacolo non tollera con serenità l’errore, la caduta e nemmeno la possibilità dell’essere contraddetti. L’apparenza, che cerca il senso di sé non solo nell’essere vista ma soprattutto nel sentirsi confermata, fa fatica a sentirsi libera nel confronto, specie quello spiazzante, in cui occorre riconoscere il proprio non-tutto. E questa temperie provoca danni a chi la respira. Il rischio più importante lo corrono i più giovani. Nella scuola, infatti, questa realtà è sempre più evidente; i ragazzi spesso non sanno affatto gestire la prova e, ancora più profondamente, la contraddizione, il contrasto verso sé e di quello che si è fatto (o non fatto). La sola possibilità del fallimento è avvertita con molta ansia e, così, la questione emotiva, intesa come difficoltà nella gestione delle proprie emozioni, specie nei momenti-sfida, è sempre più urgente.

 

 

Nell’indice sintetico scolastico sviluppato dall’OCSE nella scuola italiana, il 56% degli studenti dichiara di sentirsi nervoso quando si prepara a prove, il 70% di essere molto in ansia per le verifiche anche se si prepara adeguatamente, l’85% ha paura di prendere brutti voti. La stessa indagine rivela che i ragazzi parlano di blocchi emotivi, mal di testa e mal di pancia, tachicardia, tremori, nodi alla gola e che il tutto è portato dall’alta preoccupazione e dallo stress legato al rendimento scolastico. Allora è d’uopo un appello rivolto a tutti gli educatori, insegnanti, formatori e genitori: insegniamo ai ragazzi a sentirsi liberi nelle contraddizioni! Ne va della loro salute psichica e spirituale.

 

Che significa sentirsi liberi nella contraddizione? Sentirsi a proprio agio nel mettersi in discussione dialogando con l’altro, prima di tutto quel grande Altro che è la realtà. Occorre, pertanto, creare un ambiente culturale e, più nello specifico, educativo e didattico che rimetta al centro l’errore come possibilità di crescita e la fatica come l’energia necessaria per coglierla. Il fallimento, che indubbiamente dice crisi e quindi necessità di esaminarsi, con tutte le energie fisiche, psichiche e spirituali che ne seguono, deve tornare ad essere bene-detto nella sua capacità di formarci in quanto esseri limitati in cammino. Come fare? Propongo in questo senso tre necessità: quella dello sguardo benedicente, quella della testimonianza del limite e quella dell’ascolto del reale.

 

Chi educa è chiamato costantemente a vedere nell’educando un dono. Lo sguardo che accompagna l’avventura della crescita è quello della bene-dizione, ovvero di una fiducia pura e incondizionata, capace di scorgere i talenti più nascosti. Non per un falso buonismo, ma per il motivo che l’atto educativo fiorisce nell’aiutare l’altro ad essere se stesso, compito mai finito e sempre nuovo. L’aria che respira chi è se stesso non può che essere la fiducia dell’A/altro. Fiducia che non si nutre, prima di tutto, di risultati o prestazioni, ma della gioia e dello stupore del fatto che l’altro, semplicemente, è. Da questo stupore può trovarsi quel sottile e sempre cangiante equilibrio tra mostrare obiettivi alti e, quindi, l’insufficienza di ciò che c’è e, allo stesso tempo, valorizzare con cura i talenti nell’attimo presente.

 

Per nutrire questa fiducia l’educatore è chiamato ad accettarsi come limite ed esserne testimone. Lo sguardo buono e bene-dicente sull’altro non può che nascere dall’esperienza, a volte dolorosa, di sé come essere limitato, e delle situazioni ed esperienze di vita come approfondimento di questo non-tutto. Trovarsi a proprio agio nel limite, tuttavia, è un’esperienza non semplice; occorre, anche qui, esserne educati da qualcuno che ti faccia esperire la forza liberante della realtà che contraddice, che non accetta totalmente quello che c’è, proprio perché ricerca, costantemente, quello che si può essere alla luce di ciò che si è. La contraddizione del reale è il terreno fertile per il seme che siamo, ci restituisce a noi stessi e ci fa essere liberi di bene-dire l’A/altro; una benedizione che non è mai quietismo, un farsi andare bene tutto, tutt’altro. La bene-dizione, in quanto tale, indirizza sempre l’altro verso un non ancora che traspare nel già. Questa dialettica della benedizione, del già e non ancora, affonda le sue radici nella convinzione che la realtà possa insegnarti qualcosa, che ci sia un vero e falso di fronte a te e dentro di te.

 

Senza questa fiducia nella capacità euristica del reale, il mio sé diventa troppo ingombrante e tutto quello che può contraddirlo una minaccia da eliminare o da cui fuggire.

Una pedagogia urgente e attuale è, dunque, quella che si nutre di queste tre dimensioni del limite: benedizione, testimonianza, ascolto del reale. Da qui può essere ricostruita quella libertà, figlia della contraddizione, che può, a sua volta, aiutarci nell’emergenza emotiva, vera sfida quotidiana per l’educatore.

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