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Emergenza giovani: la democrazia non esiste.

 

«La sensazione che vivo è che non si possa cambiare nulla. Questa è la democrazia imposta dagli Usa dopo il ’45. Il 25 aprile non ci siamo liberati, è semplicemente cambiato regime. Siamo sotto una dittatura liberale. Proprio per questo motivo non vedo nulla di male nel distruggere questo sistema e costruirne uno nuovo. La democrazia non esiste».

 

Ho ricevuto questo messaggio da un mio ex studente, di cui per ovvi motivi non rivelerò l’identità e che chiamerò Lorenzo (nome di fantasia). Lorenzo è nato nel 1999 ed è un figlio della buona borghesia. Mi sembra particolarmente importante soffermarsi un poco su questa dichiarazione perché, se letta con attenzione, è una vera e propria dichiarazione di aiuto. Questo sos non può essere ridotto, senza cadere nella superficialità, semplicisticamente ad una visione esagerata di un ragazzo ingenuo, perché è una narrazione che si sta rapidamente facendo strada e non solo tra i più giovani. Se lo ignoriamo rischiamo di perdere l’occasione di fare i conti con lo spauracchio che si sta imponendo nella nuova generazione: la superficialità generata dall’ansia e dall’assenza di prospettive. Le generazioni più anziane hanno l’obbligo morale di guardare in faccia a questo spauracchio per affrontarlo con serietà.

 

 

 

Il primo dato su cui vorrei richiamare l’attenzione è la sensazione di Lorenzo di non poter fare nulla, di non poter incidere sulla realtà per cambiarla in meglio. Questa totale sfiducia nel potersi attivare per cambiare il mondo di fronte a sé è una costante nella generazione giovane di oggi. Il mio lavoro di insegnante mi trova spesso a contatto con questa disillusione precoce che è un vero segno dei tempi. Se il giovane, in quanto tale, dovrebbe essere caratterizzato da quella sana passione per il bene che lo spinge a lottare per un mondo migliore, anche a costo di illudersi o sbagliare, la generazione di oggi sembra negare, in profondità, questa caratteristica essenziale. Ora è chiaro che sto generalizzando, evidentemente non in tutti giovani c’è questa disillusione; ma che essa sia una caratteristica della nostra società del consumo e che, quindi, sia particolarmente “aggressiva” verso chi più è giovane, mi sembra evidente. In questo senso mi sembra che il contributo di chi è adulto dovrebbe essere quello di permettere ai giovani lo spazio del sogno. Che significa? Che ai giovani va data maggior fiducia, anche e soprattutto quando la loro vita è una promessa che non comporta un immediato frutto. E se la disillusione precoce fosse figlia di un mancato investimento sui giovani? Investire non significa mettere i giovani in vetrina e dargli sempre ragione. Investire è un equilibrio sottile, frutto quindi di una profonda saggezza, tra il dare giusto spazio alle iniziative altrui senza imporre le proprie e il saper indicare mete grandi, non rinunciando, quindi, alla responsabilità, tipica dell’adulto, di dire dei no, di prospettare obiettivi alti e non banali, di non accontentarsi di quello che c’è. Altrimenti, cosa rischiamo?

 

Non vedo nulla di male nel distruggere. Mi sembra che la risposta la dia lo stesso messaggio di Lorenzo. Un giovane che perde il vocabolario della speranza, un giovane che non percepisce la fiducia e l’investimento da parte della società, smarrisce la sua profonda identità. Se è vero che l’identità non è un arroccamento su se stessi ma, anzi, si gioca sulla capacità di mettersi in relazione con gli altri e, quindi, di dare questa identità accettando, in qualche modo, di “perderla”, è altrettanto vero che questo donarsi passa sempre da una libera decisione che, spesso, nasce da uno sguardo d’amore incondizionato su di sé. Come ogni smarrimento di identità che non nasce da una libera decisione del soggetto, la conseguenza può essere distruttiva. Lorenzo non vede nulla di male nel distruggere, ovvero ha perso contatto con la realtà, non conosce il dramma assolutamente reale che l’atteggiamento distruttivo comporta. I casi di bullismo, che spesso l’informazione mediatica tende a distorcere e amplificare senza preoccuparsi di entrare in un discernimento reale, sono un esempio di quanto detto. Il bullo ha smarrito il senso di sé e, quindi, del reale e, quindi, della dignità profonda dell’altro.

 

La democrazia non esiste. Mi sembra che sia l’ora di fare i conti con una realtà politico-culturale nuova: la generazione dei cosiddetti Millenials non ha conosciuto una sezione di partito, non sa cosa siano quelle mediazioni così necessarie a livello di informazione, partecipazione democratica, confronto per una sana vita sociale che i partiti sono stati. Oggi ci si informa non studiando e approfondendo, ma a colpi di click, dove la tv o il web predicano le loro omelie senza dibattito, velocemente, senza senso critico, senza vaglio delle fonti. Anche qui le responsabilità degli adulti sono molto importanti: si tratta di educare al senso della complessità, della fatica, al gusto di non aver subito idee chiare e giudizi facili. Ma soprattutto è sempre più importante e urgente dare spazio al vero dibattito; non i tristi spettacoli dei salotti tv dove si urla uno sopra l’altro. Ma quel dibattito che nasce da un ascolto profondo e disinteressato dell’altro, dove la cosa più importante non è avere ragione, ma comprendersi reciprocamente profondamente. Illusione o chimera? Può darsi, ma se come società civile non facciamo una scelta decisa e chiara in questo senso, Lorenzo sarà continuamente lasciato solo, la sua, come quella di molti giovani, fiducia in un mondo migliore sempre minore. E con la fiducia perderemo anche molti gesti, parole e fatti capaci di costruire il Bene comune.

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