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Agostino di Ippona: uno spirito infuocato può insegnarci ancora qualcosa?

Oggi è la festa di un grande santo, Agostino di Ippona. Quando lo studiai per la prima volta al liceo e lessi le Confessioni, mi confermai nella decisione (forse presa anni prima attraverso un mio caro amico) di studiare filosofia. Non ho letto, da allora, mai nessuna pagina più infuocata delle Confessioni, non ho incontrato nessuno spirito filosofico più innamorato della Verità. Fu disposto a lasciare tutto per assecondare quel desiderio profondo di Verità; e, una volta intravista, fu pronto a non concedere nulla alla sua vanità, alla sua ambizione, al suo cercare vuoti applausi (di cui pur poteva facilmente saziarsi data la sua abilità retorica) pur di seguire quel desiderio. Scrisse di tutti gli argomenti trattabili nel tempo in cui visse: di Dio, del tempo, dell’origine e della natura del bene e del male, della conoscenza, della verità, del linguaggio, delle questioni teologiche ed ecclesiali del suo tempo, di scuola, dell’anima e del corpo, della Trinità, di politica, di interiorità. E in tutti questi argomenti si lasciò guidare da una Luce che incontrò, per i tempi, piuttosto tardi, all’età di circa 30 anni. Ma che, una volta, incontrata, decise di non abbandonare più.

 

La sua vicenda è abbastanza nota. Nato a Tagaste, nell’odierna Cartagine, visse la sua giovinezza immerso negli studi retorici e nei piaceri, nella “mondana” Cartagine. Innamoratosi del latino e della filosofia grazie alla lettura dell’Ortensio (dialogo oggi perduto di Cicerone), fu presto tormentato, data la sua naturale propensione per lo studio e il per il desiderio di conoscere la verità, dal problema dell’origine del male. Inizialmente si convertì al manicheismo, dottrina orientale gnostica, ma dopo una non breve militanza ne fu deluso, soprattutto dopo l’incontro con uno dei suoi maggiori esponenti, Fausto. Dopo il viaggio a Roma e una fase di avvicinamento all’accademia di tendenze scettiche, a Milano avvenne l’incontro con il vescovo Ambrogio e con i libri neoplatonici che gli permisero di convertirsi al cristianesimo che non abbandonò più. Fu battezzato, divenne sacerdote e vescovo per acclamazione popolare a Ippona. Trascorse gli ultimi suoi anni a scrivere, battersi per la verità e per il popolo di Dio. Morì a Ippona, nel 430 d. C., sotto l’assedio dei Vandali.

 

Cosa ci fu di così straordinario in questo santo di più di un millennio e mezzo fa? Perché ricordarlo e studiarlo ancora, dopo così tanto tempo? La sua è la storia sempre contemporanea dell’uomo che si affanna per la ricerca della verità, della pace, dell’amore, in una parola della felicità che possa acquietare l’inquieto animo umano. Può insegnare agli uomini e alle donne di oggi, ai ragazzi e alle ragazze della scuola del XXI secolo, che se non diamo spazio alla nostra sete di vera umanità, di qualcosa che sia più grande e vero dei nostri piccoli sistemi di benessere, non viviamo veramente e rischiamo di sprecare la nostra esistenza.

 

Agostino si convertì quando, nel profondo di sé, accettò una rivelazione splendente su cui modellò la sua vita (o meglio, si lasciò plasmare): tutto quello che vivi e vedi è la manifestazione della bellezza e dell'amore di un Altro. Quando ami veramente una persona, la ami in Lui; quando gioisci veramente di qualcosa, godi di Lui in quello che ti è accaduto; quando ti commuovi per la bellezza del creato, di una vallata profonda, di un paesaggio di montagna, stai assaporando la Sua bellezza; quando dentro di te provi un'emozione profonda, stai gustando qualcosa che è più di te stesso. In altre parole: se sai vivere veramente il reale e quindi accettare il non-tutto di quello che hai di fronte, puoi sperimentare l'amore di Dio e, quindi, la Verità. La grande lezione universale di questo spirito innamorato della verità consiste in una perentoria affermazione: lasciati interrogare da quello che sperimenti dentro e fuori di te, lasciati attrarre dalla bellezza, dalla profondità dei tuoi desideri e sentimenti, abbi il coraggio di non “consumarli” subito. Il creato non può parlare solo di sé; tu stesso sei un mistero troppo grande per esaurirti in quello che provi. No, dentro di te c’è Qualcuno in grado di portarti fuori di te. Nel tuo intimo più profondo sei abitato da Qualcuno che da sempre ti aspetta e che sempre hai cercato. Un Qualcuno che sa aspettarti e attrarti in modo così penetrante da non farti mai dire “adesso basta!” ma da trascinare, con il consenso della tua libertà, il tuo animo nella ricerca di quello che, in fondo, ha già trovato.

 

Agostino ha saputo stupirsi di questo mistero, allo stesso tempo, così profondo e così manifesto, dell’esistenza; ha saputo cercare e trovare e, una volta trovato, cercare più a fondo quello che ha trovato, senza rifugiarsi in sterili interrogativi. È entrato nell’intimo fondo della vita e ha saputo cantare quello che vi ha trovato:

 

«Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabili. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». (Confessioni I, 1).

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